L’Inps nega il bonus bebè ai familiari di cittadini comunitari, ma l'Inca annuncia avvio contenzioso legale. Secondo una interpretazione restrittiva della norma, l’Istituto previdenziale avrebbe dato indicazione alle sedi territoriali di rigettare ogni richiesta in tal senso, subordinando il riconoscimento del diritto al beneficio, previsto dalla legge n. 190 del 23 dicembre 2014, al possesso della Carta di soggiorno per lungosoggiornanti.

Gli stranieri titolari di protezione internazionale e i familiari dei cittadini dell’Unione europea, pur non essendo elencati espressamente fra gli aventi diritto, sono  equiparati,  nell’accesso alle prestazioni sociali, agli italiani. Questi, in base all’art. 19 del D.L.gvo 30/2007 (attuativo della direttiva 2004/38/UE) “godono di pari trattamento rispetto ai cittadini italiani”, e pertanto non possono essere esclusi dal diritto a prestazioni di assistenza sociale, fra le quali certamente rientra il bonus bebè.

Con la Circolare n. 93/2015, l’Inps ha provveduto correttamente a inserire fra i beneficiari i titolari di protezione internazionale, ma ha escluso i  familiari dei cittadini comunitari che, pertanto, in questi giorni, si vedono rigettare le domande presentate, pur potendo dimostrare di essere in possesso di tutti i requisiti richiesti. “Si tratta di una scelta discriminatoria – osserva Claudio Piccinini, coordinatore degli Uffici Inca Immigrazione - che non tiene conto delle direttive comunitarie e, quindi, della già avvenuta equiparazione di questi cittadini stranieri agli italiani”. 

La decisione dell’Inps sembrerebbe scaturire da un chiarimento chiesto al Ministero del Lavoro, il quale, in risposta, avrebbe precisato che l’assegno di natalità è concesso ai cittadini extracomunitari, a condizione che siano in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Da qui l’esclusione di tutti i richiedenti che hanno titoli diversi.

Infatti, l’orientamento di subordinare il riconoscimento di una prestazione di welfare ai soli lungosoggiornanti è stata già ampiamente esaminata dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Giustizia Europea che, in alcune sentenze, hanno dichiarato illegittimo porre dei limiti nell’accesso alle prestazioni sociali quando queste riguardano il soddisfacimento di beni primari della persona, precisando, peraltro, che la facoltà di uno Stato di ricorrere a “limitazioni” deve essere supportata da motivazioni oggettive e ragionevoli, e la sola “mancanza di copertura finanziaria non può essere considerata tale”.

“Dopo aver sollecitato l’Inps, più volte, a fornire indicazioni operative conseguenti anche all’orientamento giurisprudenziale – avverte Piccinini -, è evidente che il Patronato Inca sarà necessariamente costretto a ricorrere ad azioni legali nei confronti dell’Istituto previdenziale per tutelare i propri assistiti”.